Travels · Sud America

Rio de Janeiro e il Nordeste

Rio de Janeiro e il Nordeste brasiliano, quasi 1000 km tra dune e fiumi, da São Luís a Fortaleza, Agosto 2026.

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Il Brasile arriva già con la sua colonna sonora: Carnevale, calcio, l’immensità verde dell’Amazzonia, il Cristo Redentore con le braccia aperte sopra le spiagge di Rio. Tutto vero, ma non è l’intero quadro. A far scattare davvero questo viaggio è stata una fotografia che con tutto questo non aveva nulla a che fare: una distesa bianca di dune attraversata da lagune turchesi, in un angolo di paese meno noto in Europa.

Quella fotografia — i Lençóis Maranhenses — ha dato forma a tutto l’itinerario. Ma la prima tappa era un’altra, e su quella avevamo più di un dubbio: non siamo mai stati amanti delle grandi città, e Rio de Janeiro sembrava quasi un’aggiunta obbligata prima del vero motivo del viaggio. Ci siamo ricreduti quasi subito: tra la scalinata Selarón, il Pan di Zucchero e il tramonto di Arpoador, Rio ha lavorato di fascino senza lasciarci il tempo di restare scettici a lungo. Per raggiungere poi i Lençóis, e proseguire tra il Delta do Parnaíba e Jericoacoara, abbiamo rinunciato per una volta ai nostri amati self-drive: tra distese di sabbia, fiumi da attraversare in barca e maree che ridisegnano la costa due volte al giorno, non c’era itinerario che un’auto a noleggio potesse gestire da sola. Affidarsi a barcaioli e autisti locali si è rivelata la scelta giusta — anche se, dobbiamo ammetterlo, un po’ ci è mancato tenere noi il volante.

L’itinerario

  1. 1 Rio de Janeiro
  2. 2 São Luís
  3. 3 Barreirinhas
  4. 4 Atins
  5. 5 Caburé
  6. 6 Tutoia
  7. 7 Ilha do Caju
  8. 8 Parnaíba
  9. 9 Camocim
  10. 10 Jericoacoara
  11. 11 Guajiru
  12. 12 Fortaleza

Giorno per giorno

Giorno 1
Rio de Janeiro. Arrivo. Santa Teresa, Lapa e Pan di Zucchero.
Giorno 2
Rio de Janeiro. Foresta di Tijuca, Cristo Redentore, tramonto ad Arpoador.
Giorno 3
Da Rio a São Luís. Alba a Copacabana, voli via São Paulo, sera a São Luís.
Giorno 4
Da São Luís ad Atins. Strada fino a Barreirinhas, traversata fluviale attraverso i Lençóis Maranhenses.
Giorno 5
Lençóis Maranhenses. Giornata intera tra dune e lagune, in fuoristrada.
Giorno 6
Caburé. Gita in barca alla spiaggia tra il fiume e l’oceano aperto.
Giorno 7
Delta do Parnaíba. Caburé, Tutoia e traversata del delta fino all’Ilha do Caju per i guarás al tramonto.
Giorno 8
Da Parnaíba a Jericoacoara. Traghetto a Camocim, le dune di Tatajuba, arrivo a Jericoacoara.
Giorno 9
Jericoacoara. Lado Leste — Árvore da Preguiça, Buraco Azul, Lagoa do Paraíso, Pedra Furada al tramonto.
Giorno 10
Jericoacoara. Lado Oeste — Mangue Seco, il Rio Guriú, le dune di Tatajuba, Praia Principal.
Giorni 11–13
Guajiru e Fortaleza. Off-road lungo la costa via Icaraí, due notti a Guajiru, volo di rientro da Fortaleza.

Giorno 1 — Santa Teresa, Lapa e Pan di Zucchero

Siamo atterrati a Rio de Janeiro all’alba. Giusto il tempo di sbrigare le formalità di ingresso e raggiungere il nostro hotel per depositare i bagagli, ed eccoci pronti per iniziare l’esplorazione della città. Il cielo era coperto, e abbiamo scelto di dedicare la mattinata ai quartieri di Santa Teresa e Lapa, collegati dalla scalinata Selarón, uno dei luoghi più fotografati della città e, visto di persona, superiore alle aspettative, non tanto per l’opera in sé, quanto per l’atmosfera. L’artista cileno Jorge Selarón iniziò a ricoprire questi 215 gradini di piastrelle negli anni novanta, come progetto personale davanti a casa sua; nel tempo sono arrivate tessere da oltre sessanta paesi, spedite da chiunque avesse visitato la scala e volesse lasciarne un pezzo. Il risultato è un mosaico continuo che cambia disegno a ogni rampa, giallo e verde a dominare in omaggio alla bandiera brasiliana.

Anche passeggiare nel quartiere di Santa Teresa ha un suo perché, non certo per le sue bellezze architettoniche, quanto per l’atmosfera un po’ bohémien e un po’ hippy che si respira.

La scalinata Selarón, tra Lapa e Santa Teresa
La scalinata Selarón, tra Lapa e Santa Teresa

Dopo una pausa pranzo in uno dei tanti chioschi sulla spiaggia di Ipanema, nel pomeriggio ci siamo spostati verso il Pan di Zucchero, altro grande simbolo della città. La salita avviene in due tratti di funivia — prima fino al Morro da Urca, poi fino alla cima a 396 metri. Da lassù Rio si apre per intero: la baia di Guanabara, le spiagge di Copacabana e Ipanema, il profilo del Cristo Redentore in lontananza.

Il panorama è naturalmente d’impatto, e ovviamente è una tappa immancabile se si attraversa l’oceano per visitare Rio. Tuttavia, come c’era da aspettarsi, si tratta di un’attrazione molto turistica e affollata all’inverosimile.

Rio è contornata da molte alture che offrono panorami straordinari. Pan di Zucchero e Corcovado sono ovviamente le più gettonate essendo comode da raggiungere e, nel caso del Corcovado, ospitando anche la celeberrima statua del Cristo Redentore. Altre vette richiedono trekking, anche molto impegnativi, ma in cambio regalano quell’esclusività che solo una certa dose di fatica può offrire.

Il Pan di Zucchero, per certi versi, è più bello visto da lontano, con quella sagoma iconica, che da sopra.

La cabinovia verso la cima del Pan di Zucchero
La cabinovia verso la cima del Pan di Zucchero

Giorno 2 — Foresta di Tijuca, Cristo Redentore e tramonto ad Arpoador

Abbiamo dedicato la mattina del secondo giorno alla foresta di Tijuca e a una di quelle vette meno turistiche da cui ammirare Rio. Tijuca è una delle più grandi foreste urbane del mondo, ed è incredibile l’esistenza di un posto del genere, così grande e così selvaggio, nel mezzo di una megalopoli. Non si tratta però di un lembo superstite della foresta pluviale originaria: nell’Ottocento le piantagioni di caffè l’avevano quasi interamente distrutta, e l’attuale foresta è il risultato di un rimboschimento su larga scala voluto dall’imperatore Pedro II, oggi protetto come parco nazionale. Purtroppo il tempo era poco, quindi abbiamo optato per Pedra Bonita, raggiungibile con un bel trekking di 90 minuti andata e ritorno (incluse numerose pause per fotografare scimmie cappuccine e coati).

Una scimmia cappuccina lungo il sentiero per Pedra Bonita
Una scimmia cappuccina lungo il sentiero per Pedra Bonita

La cima è una grande cupola di pietra che, come molte altre montagne intorno a Rio, si getta a precipizio sulla città sottostante. Da lassù, il panorama è impagabile e tranquillo, senza la necessità di sgomitare per trovare un angolo da cui scattare una foto.

Il panorama dalla sommità di Pedra Bonita
Il panorama dalla sommità di Pedra Bonita

Nel pomeriggio ci siamo diretti verso Paineiras per prendere il van verso il Cristo Redentore (purtroppo non abbiamo trovato posto sul trenino storico). Altra tappa imperdibile, altra tappa super turistica, ancora più affollata del Pan di Zucchero, se possibile, e comunque irrinunciabile.

La baia di Botafogo e il Pan di Zucchero, visti dal Corcovado
La baia di Botafogo e il Pan di Zucchero, visti dal Corcovado

Siamo rientrati in tempo per vivere il rito del tramonto sullo scoglio di Arpoador, che separa le due spiagge iconiche della città, Ipanema e Copacabana.

In effetti, il tramonto dietro le alture che circondano Rio non è particolarmente bello, ma ciò che è memorabile, ancora una volta, è l’atmosfera. Centinaia di ragazzi locali si radunano qui ogni sera per questo rito, con il mare che spumeggia contro le rocce e i surfisti che danno spettacolo. Decine di ambulanti improvvisati — ma comunque provvisti di POS, perché nessuno sembra usare il contante in Brasile — offrono birre, caipirinha e snack. Ci siamo sentiti immersi nella cultura locale, e ne è valsa davvero la pena.

Il tramonto su Ipanema visto da Arpoador
Il tramonto su Ipanema visto da Arpoador

Giorno 3 — Alba a Copacabana e trasferimento a São Luís

Giornata di trasferimento verso il Nord Est e l’inizio della Rota das Emoções — la "Rotta delle Emozioni" del Brasile. Prima del volo per São Luís volevamo goderci ancora un po’ Rio. Così ci siamo alzati per vedere l’alba dalla spiaggia di Copacabana.

L’alba su Copacabana
L’alba su Copacabana

Copacabana è una spiaggia molto lunga. Nella parte più a Nord, nella zona di Leme dove alloggiavamo, la spiaggia è anche molto profonda. Verso Sud, avvicinandosi al promontorio che la divide da Ipanema, il litorale invece si assottiglia.

Le impressioni sono contrastanti. La spiaggia è bellissima, di sabbia fine e molto chiara. Il fondale degrada dolcemente. Il bagnasciuga si estende per decine di metri, battuto incessantemente da grandi onde. Non ci sono "bagni" come in Italia. Di tanto in tanto qualche "barraca" offre drinks e sul grande marciapiede lungomare ci sono bei chioschi totalmente aperti, che offrono cocktails e ristorazione semplice. Dove la spiaggia è più ampia, numerosissimi sono i campi da foot volley, già pieni alle sei di mattina.

Al di là del marciapiede lungomare, una grande strada a doppia carreggiata trafficata all’inverosimile. E poi un muro di grattacieli per nulla belli. Eppure, nell’insieme, il colpo d’occhio inspiegabilmente non è così male, a suo modo caratteristico.

La spiaggia di Copacabana
La spiaggia di Copacabana

Siamo arrivati a São Luís nel tardo pomeriggio. In agosto le giornate sono corte, così abbiamo deciso di seguire il consiglio di non avventurarci nel centro storico col buio, nonostante sia patrimonio UNESCO, poiché a quanto pare molto pericoloso. Abbiamo così optato per una tranquilla cena sull’Avenida Litorânea.

Su São Luís non possiamo dire molto, avendoci passato giusto il tempo di una notte.

Giorno 4 — In viaggio verso Atins

Il viaggio da São Luís a Barreirinhas è lungo e noioso. Abbiamo anche avuto un guasto all’auto che ha ulteriormente allungato i tempi. Si risale la trafficata penisola/isola dove sorge la città e poi si punta a Est lungo una pianura infinita, fatta di foreste di palme. Lungo il tragitto, c’è poco da vedere. Case modeste e isolate si alternano a piccoli agglomerati. La maggior parte delle case non sono intonacate, o lo sono soltanto sulla facciata, lasciando un’impressione di provvisorietà. Il numero di bar e baracche che vendono pannocchie o frutta ci ha stupito. In tutto ci sono volute più di cinque ore d’auto.

Al "porto" di Barreirinhas — un angusto spiazzo in mezzo agli edifici della piccola città sulla riva del Rio Preguiça — giusto il tempo di indossare i giubbotti salvagente e saltiamo su una piccola lancia a motore direzione Atins.

Il tragitto sul fiume, che è enorme, è affascinante, tra foreste di mangrovie e minuscoli villaggi. Nella tratta finale, si aprono le dune dei piccoli Lençóis.

Le mangrovie lungo il Rio Preguiça
Le mangrovie lungo il Rio Preguiça
Le dune dei piccoli Lençóis, lungo la rotta fluviale verso Atins
Le dune dei piccoli Lençóis, lungo la rotta fluviale verso Atins

Ad Atins lo sbarco è direttamente in acqua, piedi a mollo nel fiume, di un colore per nulla invitante.

Atins è un piccolo villaggio di pescatori costruito sulla sabbia e ormai convertitosi a un turismo un po’ hippy e un po’ modaiolo, un abbinamento apparentemente impossibile. Tutte le strade sono di sabbia finissima, sulla quale camminare è parecchio faticoso. Pedoni a parte, le vie del paese sono solcate soltanto da 4x4 e soprattutto da quad. E poi... da asini: Sì, in paese pascolano asinelli liberi. Insieme a una mucca magrissima, vista brucare la rada vegetazione sulla spiaggia, il tutto contribuisce ad alimentare la sensazione di essere in un posto surreale. La spiaggia del villaggio, sulla foce del fiume, è costellata da locali abbastanza trendy nei quali sorseggiare cocktail nel perfetto stereotipo della vita da spiaggia tranquilla e rilassata del Brasile.

Amache sospese sull’acqua, sulla spiaggia di Atins al tramonto
Amache sospese sull’acqua, sulla spiaggia di Atins al tramonto

Il vento spazza incessantemente queste coste. La conformazione della foce fa sì che la spiaggia rimanga però protetta dalle onde dell’oceano, facendone un paradiso per i kitesurfer. Meno per i bagnanti, visto il colore dell’acqua, reso torbido dal fondale di sabbia finissima. Numerose barchette offrono infatti un passaggio sulla riva opposta, e sull’oceano. Ma ormai per noi era tardi.

Una barca da pesca sulla spiaggia di Atins, con i kitesurfer sullo sfondo
Una barca da pesca sulla spiaggia di Atins, con i kitesurfer sullo sfondo

Giorno 5 — I Lençóis Maranhenses

Questa giornata è stata dedicata all’attrazione che ci ha portato in Brasile: i Lençóis Maranhenses.

Nel nostro immaginario il Brasile era la foresta amazzonica e le megalopoli. Poi una foto dei Lençóis ci ha aperto un mondo e abbiamo iniziato a studiare questo viaggio. Si tratta di una grande area dall’aspetto desertico, con dune di sabbia finissima, di un bianco accecante — quarzo quasi puro, tra i più bianchi al mondo. La vegetazione non riesce ad attecchire non tanto per la composizione della sabbia in sé, quanto per la natura instabile e in continuo movimento delle dune, che non lascia alle radici il tempo di ancorarsi — nonostante le abbondanti piogge durante la stagione umida. Il risultato sono migliaia di "lagoa", pozze d’acqua piovana che riempiono gli avvallamenti tra le dune, destinate ad evaporare progressivamente durante la stagione secca. Dal 2024 l’area è Patrimonio UNESCO.

Il colpo d’occhio è veramente impressionante. Ci abbiamo passato un’intera giornata, dalla mattina al tramonto, portati in giro da uno delle decine di fuoristrada che ne solcano le piste tutti i giorni.

I Lençóis sono uno di quei posti per i quali vale davvero il viaggio. Avevamo grandi aspettative, e sono state confermate. Non ci sono parole per trasmettere ciò che si prova. L’unica possibilità è lasciare spazio alle immagini e all’immaginazione.

Lagoa do Gavião
Lagoa do Gavião
In fuoristrada nel parco
In fuoristrada nel parco
Le lagune seguono sinuose la forma delle dune
Le lagune seguono sinuose la forma delle dune
Tramonto sui Lençóis
Tramonto sui Lençóis

Giorno 6 — Spiaggia di Caburé

Per l’ultima giornata ad Atins, abbiamo scelto la spiaggia di Caburé. Giusto il tempo di recuperare un passaggio in barca e salpiamo. Dal punto di imbarco di Atins a quello di Caburé ci vogliono una ventina di minuti, risalendo per qualche chilometro il Rio Preguiça in un tratto dove è veramente molto largo.

L’approdo di Caburé, sul lato del Rio Preguiça
L’approdo di Caburé, sul lato del Rio Preguiça

La foce del fiume corre parallela alla costa per chilometri, separata dall’oceano da un cordone litoraneo di sabbia bianchissima, resa ruvida dalla quantità infinita di minuscoli frammenti di conchiglie. Caburé è uno dei punti in cui questa striscia è più stretta, non più di qualche centinaio di metri. Sul lato del fiume, qualche ristorante molto alla buona che offre pasti semplici, a base di pesce, ai visitatori che vengono qui prevalentemente con escursioni guidate da Barreirinhas, in barca o in quad.

Sul lato dell’oceano non c’è assolutamente nulla, per chilometri.

La spiaggia oceanica di Caburé, deserta per chilometri
La spiaggia oceanica di Caburé, deserta per chilometri

Al nostro arrivo, verso le 10 di mattina, la spiaggia era così grande e così vuota da mettere quasi a disagio. Più tardi nella mattinata, man mano che le escursioni guidate facevano tappa lì, qualche persona in più si è vista, trasformando il disagio iniziale di essere soli in disappunto per non esserlo più.

Nel primo pomeriggio, quando la marea è più bassa, il mare si ritira tantissimo lasciandosi dietro piscine naturali nella sabbia, senza più onde, nelle quali fare il bagno è piacevole. Vedere quanto velocemente la marea risale, lascia a bocca aperta.

Le piscine naturali di bassa marea, tra bagnanti e quad in arrivo
Le piscine naturali di bassa marea, tra bagnanti e quad in arrivo

Ci eravamo messi d’accordo per farci venire a prendere alle 17. Di nuovo quella situazione di disagio. Tutti gli escursionisti erano ripartiti da un po’, il ristorante aveva chiuso, noi completamente soli. Per fortuna il barcaiolo è stato di parola e si è presentato puntuale all’appuntamento.

Giorno 7 — Ultimo saluto ad Atins e Delta do Parnaíba

Il programma della giornata prevedeva la visita al Delta do Parnaíba, con partenza da Atins alle 13. Abbiamo quindi potuto concederci un ultimo saluto a questo villaggio surreale e suggestivo, un po’ disordinato, con casette modeste di fianco a locali chic, con scuole di kite surf di fianco a capanne abbandonate, con vie di sabbia solcate tanto da quad quanto da animali improbabili.

Abbiamo fatto una lunga passeggiata sulla spiaggia di Atins, in effetti in larga parte con i piedi in acqua, per via della marea non ancora scesa abbastanza da liberare il litorale. Siamo arrivati ben oltre gli ultimi locali, fino al punto in cui il Rio Preguiça sfocia in oceano aperto, disturbando un po’ i numerosi uccelli che vivono al di là dei tratti di costa colonizzati dall’uomo.

Un’ultima passeggiata per le vie di sabbia di Atins
Un’ultima passeggiata per le vie di sabbia di Atins

Il tragitto verso il delta prevedeva una prima breve traversata verso Caburé. Quindi trasbordo su un 4x4 per un lungo spostamento verso Est, via spiaggia, ai piedi di un gigantesco parco eolico, fino a raggiungere la città di Paulino Neves. Da lì un noioso tratto su asfalto fino a Tutoia, per imbarcarci di nuovo su una lancia a motore e attraversare il gigantesco Delta do Parnaíba — l’unico delta ad acqua aperta di tutte le Americhe, e il terzo più grande al mondo — in tempo per arrivare al tramonto di fronte all’Ilha do Caju.

In lancia attraverso il Delta do Parnaíba
In lancia attraverso il Delta do Parnaíba

Obiettivo, ammirare lo spettacolo dei guarás, gli ibis rossi, che ogni sera "rincasano" su questo lembo di terra in mezzo al delta. Lo spettacolo è puntuale e veramente grandioso, migliaia di uccelli rosso acceso che arrivano da ogni direzione per andare ad affollare, e colorare come fossero fiori, i verdissimi alberi di questo isolotto. Lungo la traversata, il barcaiolo ci ha fatto vedere i rossi granchi di cui questi uccelli si nutrono e ai quali devono il colore splendido del loro piumaggio.

I guarás rincasano al tramonto sull’Ilha do Caju
I guarás rincasano al tramonto sull’Ilha do Caju

L’ultimo tratto di traversata avviene col buio. Suggestivo sfrecciare alla sola luce di uno specchio di luna, con il barcaiolo, armato di torcia, che scruta di tanto in tanto le sponde a caccia di caimani. Purtroppo noi ci siamo dovuti accontentare dell’avvistamento di un serpente appoggiato su un ramo. Niente caimano.

Giorno 8 — Arrivo a Jericoacoara

Il delta del Parnaíba segna il confine tra gli stati del Maranhão e del Piauí. Abbiamo passato la notte proprio nella città di Parnaíba, nel Piauí, senza avere modo di vedere nulla se non ammirare le iguane, numerosissime in questa zona, direttamente fuori dalla porta della nostra Pousada.

Un’iguana davanti alla porta della pousada, a Parnaíba
Un’iguana davanti alla porta della pousada, a Parnaíba

Quindi di nuovo in 4x4 per un primo tratto su asfalto fino a Camocim. Il Piauí ha un tratto di costa lungo solo qualche decina di chilometri. Camocim è già nello stato del Ceará, e sorge su un estuario. Attraversarlo, su una chiatta decrepita, ci è costato quasi due ore in coda.

La chiatta attraversa l’estuario di Camocim
La chiatta attraversa l’estuario di Camocim

Dall’altro lato la strada è la spiaggia: quindi di nuovo off-road sull’arenile, reso ancora più immenso dalla bassa marea, orlato di dune di sabbia gialla tenue, a differenza della sabbia bianchissima incontrata più a Ovest.

Off-road sull’arenile, verso Jericoacoara
Off-road sull’arenile, verso Jericoacoara

L’itinerario passa nei pressi delle dune di Tatajuba, dove facciamo una deviazione per pranzo. Anche tra quelle dune ci sono alcune lagune di acqua piovana come nei Lençóis, più sfruttate turisticamente: è stata la volta del nostro primo piatto di gamberi freschissimi in un tavolo piantato direttamente in acqua.

Pranzo con i piedi in acqua, tra le dune di Tatajuba
Pranzo con i piedi in acqua, tra le dune di Tatajuba

Tutto sommato, questo alternarsi di natura selvaggia e turismo organizzato non ci è neanche dispiaciuto.

Arriviamo a Jericoacoara nel pomeriggio e scopriamo una realtà turistica inaspettata. La città, interamente costruita sulla sabbia come Atins, condivide la stessa atmosfera hippy e trendy insieme, ma l’organizzazione turistica è molto più matura. La quantità di negozi, ristoranti e pousadas è impressionante, la quantità di persone da ogni parte del mondo è sbalorditiva, ma senza essere soffocante. Tutto è permeato da un senso di tranquillità e rilassatezza piacevole. A differenza di tutti gli altri posti visti prima, notiamo la presenza di tantissimi brasiliani, il che ci fa pensare che Jericoacoara per loro sia un posto in cui villeggiare, non solo la tappa di un viaggio itinerante come per noi europei.

Per la prima sera, ci abbandoniamo alle tradizioni turistiche del posto: tramonto sulla Duna do Pôr do Sol, caipirinha e spiedini dei chioschetti, musica sulla spiaggia.

Tramonto sulla Duna do Pôr do Sol
Tramonto sulla Duna do Pôr do Sol

Giorno 9 — Jericoacoara, Lado Leste

A Jericoacoara, le escursioni si dividono sostanzialmente tra lado leste e lado oeste, lato est e ovest, e per tipologia di mezzo: quad più guida, private buggy (condotto da una guida), 4x4 scoperta. La cittadina è piena di agenzie che offrono questi tour, e gli itinerari sembrano tutti molto simili, indipendentemente dal mezzo di trasporto scelto.

Per il primo giorno optiamo per la comodità e i costi: lato est in 4x4.

Le prime due tappe sono inutili e quasi irritanti. Prima l’albero della pigrizia... un albero con l’unica particolarità di esser cresciuto solitario in mezzo ad una distesa di sabbia, piegato dal vento in un portamento completamente orizzontale. Poi il villaggio di Preá, giusto il tempo di fare una foto di fronte al "monumento" nella piazzetta centrale, senza neanche scendere a vedere la spiaggia.

Terza tappa, Buraco Azul. Si tratta di una cavità nella roccia che crea una piscina naturale di un turchese splendido. Peccato sia stata trasformata in una specie di piscina comunale, con pedana per i tuffi, bar ristorante, negozietto...

Quarta tappa, Lagoa do Paraíso. Si tratta di una laguna molto grande e bella, sulle cui sponde sorgono beach club anche parecchio prestigiosi, con gli immancabili tavolini in ammollo, amache e altalene a pelo d’acqua. Tutto molto turistico, ma oggettivamente, quest’ultima tappa, anche molto piacevole.

Lagoa do Paraíso
Lagoa do Paraíso

Il ritorno passa per il parco nazionale di Jericoacoara. Finalmente di nuovo nella natura. Facciamo un’ultima sosta alla Lagoa do Amâncio, molto bella.

Lagoa do Amâncio, nel parco nazionale
Lagoa do Amâncio, nel parco nazionale

Escursione con alti e bassi. L’indomani, non potendo comunque muoverci in autonomia, opteremo per un private buggy per avere un po’ più di libertà.

Al rientro ci facciamo lasciare all’inizio del sentiero per la Pedra Furada. Il sentiero, in 40 minuti, scavalca la roccia che protegge la città dall’avanzare delle dune e la spiaggia dalle alte onde oceaniche. Dall’altro lato, un arco naturale di roccia che non avrebbe molto da dire se non fosse che, al tramonto, è attraversato dalla luce del sole. Merita la camminata, meglio se con le scarpe, anche se a Jericoacoara le scarpe sono oggetti da extraterrestre.

Il tramonto attraverso l’arco della Pedra Furada
Il tramonto attraverso l’arco della Pedra Furada

Giorno 10 — Jericoacoara, Lado Oeste

Per il secondo giorno a Jericoacoara, ci siamo dedicati a visitare con più calma il lato Ovest tramite buggy, una piccola auto completamente aperta, con due posti in abitacolo, più tre su un cuscino posto sul retro, all’esterno. Non è certo il massimo per la sicurezza, ma è divertentissimo e irrinunciabile.

Siamo ripassati, con più calma, in alcuni dei luoghi attraversati durante il nostro arrivo, come il villaggio di Guriú, votato al kite surf, e il Mangue Seco, la distesa di mangrovie secche che dà il nome alla tappa.

Le mangrovie secche del Mangue Seco
Le mangrovie secche del Mangue Seco

Nella zona scorre anche il Rio Guriú, un fiume d’acqua salata dove è possibile prendere una barchetta per andare a vedere i cavallucci marini nel loro habitat naturale: inatteso e molto interessante.

Lasciato il parco di Jericoacoara abbiamo proseguito per le dune di Tatajuba, con un po’ di adrenalina tra derapate e discese su pareti di sabbia ripidissime.

L’escursione, per la gioia dei più piccoli ma non solo, passa per un paio di attrazioni spenna-turisti: come la discesa su tavola di una duna o un toboga su duna, sempre con caduta in una delle varie lagune di acqua piovana. Tutto molto alla buona, tutto sommato senza distruggere il paesaggio.

Per pranzo siamo tornati alla Lagoa Grande dove ci eravamo fermati anche il giorno del nostro arrivo. Ci siamo stufati in fretta, così ci siamo fatti riportare verso la Praia Principal di Jericoacoara, a goderci ancora un po’ l’atmosfera spensierata di questa località, rimanendo sorpresi di come la conformazione del territorio riesca a garantire mare calmo a questo tratto di costa, nonostante il vento costante e fortissimo.

Le acque calme della Praia Principal, protette dalle onde
Le acque calme della Praia Principal, protette dalle onde

Giorni 11–13 — Spiagge "fuori rotta" per chiudere il viaggio

Siamo partiti la mattina verso le 9:30 direzione Est, ripercorrendo parte del percorso Lado Leste, senza fare soste.

La Rota das Emoções finisce a Jericoacoara, ma anziché ripartire subito abbiamo preferito spezzare il percorso verso l’aeroporto internazionale di Fortaleza con un paio di notti tra spiagge "fuori-rotta". Abbiamo scelto Guajiru, vicino Flecheiras e, se possibile, ancora più tranquilla. In queste spiagge l’attrazione sono, oltre al kite, le piscine naturali che si formano con la bassa marea.

Il percorso per arrivarci è affascinante. All’altezza di Preá, dopo una sosta per gonfiare le gomme, abbiamo lasciato l’offroad sulla sabbia a favore di una normale strada asfaltata. L’itinerario riesce comunque ad essere interessante grazie al nostro autista che, man mano che passiamo, racconta prima della coltivazione intensiva di caju e anacardi, che scopriamo essere parte dello stesso frutto, poi della coltivazione intensiva di cocco, che impariamo avere tempi di maturazione diversi a seconda dell’uso (per l’acqua, per la polpa, per la cosmesi).

All’altezza di Icaraí, abbiamo sgonfiato di nuovo le gomme e siamo tornati off-road in riva al mare. Qui la folla di Jericoacoara è lontana. Sono spiagge infinite e deserte. La presenza dell’uomo si vede solo per le numerose pale eoliche e, talvolta, per gruppetti di piccole barche da pesca apparentemente abbandonate, in realtà proprietà di pescatori che vivono nei villaggi al di là delle dune.

Di tanto in tanto un kite surfer isolato rompe la solitudine.

Kitesurfer lungo la spiaggia deserta verso Guajiru
Kitesurfer lungo la spiaggia deserta verso Guajiru

I centri abitati sulla costa sono pochi, mediamente malconci e distanti chilometri l’uno dall’altro. Un pugno di case semplici, spesso non finite, qualche barchetta da pesca arenata sulla sabbia, un ristorante senza pretese. Ombrelloni... zero. Qui, il modo con cui si vive il mare è lontanissimo dal concetto mediterraneo di stabilimento balneare.

Guajiru, invece, ci è sembrato un tantino più chic. Quasi una destinazione da viaggio di nozze o per brasiliani benestanti — a differenza di tutte le altre località visitate, stranieri eravamo in pochi. È un piccolo centro, semplice ma abbastanza esclusivo, molto curato almeno per le poche strutture con affaccio diretto sul mare. Perfetto per chi non ama la mondanità, meno per chi cerca la movida. Ma noi, fortunatamente, siamo del primo partito. Un modo perfetto di congedarci da questa enorme nazione.

Piscine naturali che si formano con la bassa marea
Piscine naturali che si formano con la bassa marea
Al nostro arrivo, verso le 10 di mattina, la spiaggia era così grande e così vuota da mettere quasi a disagio.

Da Guajiru, l’ultimo trasferimento ci ha portati a Fortaleza e al volo di ritorno — un tragitto molto più breve di tutti quelli fatti fino a quel momento, e per una volta, su una strada asfaltata dall’inizio alla fine. Dopo tredici giorni di sabbia, barche e attraversamenti di fiumi, è sembrato quasi un anticlimax, come se il Paese avesse voluto riabituarci gradualmente all’ordinario prima di lasciarci andare.

Rio, che avevamo quasi trattato come un obbligo, ha retto benissimo il confronto con tutto quello che è venuto dopo. Ma è il Nordeste che ci resterà più a lungo: un asinello che vaga per le strade di sabbia di Atins, i guarás che colorano di rosso gli alberi al tramonto, la torcia di un barcaiolo che perlustra la riva in cerca di caimani mai apparsi. Eravamo partiti inseguendo una fotografia di dune bianche e lagune turchesi, e l’abbiamo trovata esattamente come promesso. Quello che nessuna fotografia avrebbe potuto anticipare era tutto il resto — a cominciare da quanto facilmente abbiamo lasciato andare il volante, lasciandoci portare dal Paese invece di guidarlo noi.